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I buoni interventi di restauro: adeguamento, conservazione, riuso

Napoli, 8-9 marzo 2019

L’8 e il 9 marzo 2019 presso il Teatrino di Corte del Palazzo Reale di Napoli si è tenuto l’VIII Convegno Nazionale ARCo “I Buoni Interventi di Restauro: Conservazione, Adeguamento, Riuso”.

 

Il tema è di grande attualità, in quanto ripropone il processo unitario del restauro che allo stesso tempo tutela, recupera e quindi valorizza il Patrimonio.

 

L’evento ha posto i riflettori sullo stato attuale della pratica del restauro del patrimonio architettonico, con speciale riguardo alle sue criticità attuali, illustrando interventi di restauro, svolti o in corso di svolgimento, che possano offrire la rappresentazione dello stato dell’arte nel campo della conservazione, del restauro e del riuso, in Italia e all’estero.

 

Di seguito si riporta il testo integrale del discorso di apertura del convegno.

“La ruota del carro come testimonianza di civiltà: ricordate la commissione Franceschini? 1966?

Quel pensiero è alla base dell’attuale nozione di patrimonio architettonico, che oggi si è estesa al punto di includere, oltre a quelli che si definivano allora monumenti, gran parte del costruito storico e del suo contesto, incluse le case dove abitiamo e gli uffici dove lavoriamo o ci rechiamo per ottenere servizi.

Tutto bene ? Sì, ma non tanto …

 

Perché domina oggigiorno in ogni settore delle attività umane un’ imperativa aspirazione alla sicurezza  – cosa in sé buona e giusta – che ci spinge a conservare il nostro patrimonio rendendolo più sicuro.

Ma per rendere sicura (e confortevole) quella parte del patrimonio che costituisce lo scenario della nostra vita quotidiana occorre praticarvi trasformazioni spesso non indolori, che possono stravolgere quelle stesse caratteristiche che avevamo motivato la volontà di conservarlo.

Un bel problema …

 

D’altra parte siamo tutti convinti che il modo migliore per conservare il patrimonio sia abitarlo, dotandolo perciò con discrezione e sapienza di una ragionevole dose di sicurezze e di comfort pretesi dal male inguaribile della modernità, ma necessari per riconsegnarlo al tempo presente, che è l’unico modo per farlo giungere (trasmetterlo) a quegli indeterminati posteri che ritualmente invochiamo come destinatari dei nostri restauri.

 

Ma l’architettura è infinitamente varia: ciascun individuo patrimoniale è diversamente costruito e non sopporta perciò l’omologazione dei trattamenti necessari a conservarlo e, quando serve, restaurarlo e adeguarlo per mantenerne l’uso e la vitalità nel tempo presente.

 

La coscienza di questa diversità è stato il mantra della vita quasi trentennale dell’ARCo, che ha sempre percepito il patrimonio architettonico storico nella sua interezza di forma e di struttura: architettura e materia come aspetti non separabili. Con questa visione, l’ARCo ha svolto un ruolo di pioniere nello studio, nella rivalutazione e nel riaccreditamento delle tecniche premoderne nel cantiere di restauro per ogni aspetto costruttivo, incluse le opere di prevenzione sismica (bastino i nomi di Antonino Giuffré e di Paolo Marconi), proponendo modi concreti di praticare il principio del miglioramento contrapposto all’adeguamento, che credo tutti qui condividiamo.

E allora ?

 

Allora bisogna che ogni edificio sia esaminato in profondità, a partire dallo studio attento delle fonti documentarie che lo riguardano, e interpretato ricostruendo la sua evoluzione nel tempo. Soltanto in questo modo, una volta riconosciuti e messi in evidenza i suoi valori irrinunciabili, i punti di debolezza e i punti di forza, sarà possibile valutarne le potenzialità di riuso. Seguiranno una diagnosi e una cura personalizzate.

Ma questo lo diciamo da sempre: lo si dice ma non lo si fa o si fa poco !

Quanti comuni, per esempio, possiedono importanti palazzi pubblici male utilizzati e mal restaurati in passato, che vorrebbero trasformare in luoghi attraenti e magari redditizi.

 

E qui entra in gioco il buon restauro a cominciare dalla progettazione, che il codice degli appalti codifica, come si sa, nei tre livelli progressivi dei progetti preliminare, definitivo, esecutivo.

È encomiabile che il progetto di fattibilità tecnica ed economica (nuova formulazione del preliminare) sia stato recentemente posto al centro dell’attenzione.

Per gli appalti che interessano il patrimonio è questa infatti la fase più importante, che molto spesso è stata trascurata da committenti e progettisti per la fretta di impegnare i finanziamenti.

È invece questa la fase decisiva per valutare quali siano le manipolazioni che l’edificio può accogliere senza perdere i propri connotati: un accertamento spesso sottovalutato. Una fase che ha bisogno di tempi e di impegno adeguati, poiché nessun edificio storico può ospitare qualsiasi riuso.

Quando si omettano, in fase preliminare, accertamenti circostanziati circa le potenzialità dell’edificio in cui si vuole intervenire, nelle fasi successive della progettazione sarà troppo tardi per riformulare il programma e spesso l’obiettivo originale verrà comunque perseguito a scapito dei valori dell’edificio che si intendevano conservare, mettendo a repentaglio il successo del cantiere sia sotto il profilo tecnico che sotto il profilo economico.

Troppi edifici del patrimonio sono stati stuprati dall’eccesso di interventi generato da valutazioni preliminari eseguite con superficialità, che hanno accreditato la possibilità di insediarvi destinazioni d’uso rivelatesi troppo gravose per essere sopportate."

 

Il Presidente, Francesco Giovanetti

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