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Dopo il terremoto...come agire?

Sferisterio, Macerata, 3 marzo 2017

A quando la ricostruzione?

 

L’affollata giornata di lavoro dedicata ai terremoti del 2016, tenuta a Macerata il 3 marzo 2017 è stato un incontro ad ampio spettro rivolto in modo specifico agli interventi sul patrimonio architettonico storico costruito in muratura.

Le adesioni al convegno hanno superato ogni aspettativa e gli interventi dei relatori sono stati indirizzati a rispondere a due interrogativi, distinti ma complementari, che presuppongono due differenti modi di guardare al tema della ricostruzione degli edifici storici realizzati in opera muraria tradizionale.

Il primo: Dov’era e come era? Come affrontare il processo di ricostruzione? rivolto ai temi della sicurezza derivanti alla conformazione urbanistica degli insediamenti colpiti. Il secondo: Le tecniche costruttive tradizionali sono sufficienti alla luce della severità dei recenti eventi sismici? rivolto ai temi della sicurezza che riguardano la conformazione dei singoli edifici.

Alle domande ha risposto i protagonisti chiamati in causa dagli eventi sismici:

- in primo luogo il terremoto stesso, che è stato descritto, analizzato e valutato da geologi, ingegneri e architetti in rapporto alle cause tettoniche, alle ricorrenze storiche degli eventi sismici, al tipo, alla qualità e quantità dei danni strutturali e dei meccanismi che li hanno prodotti;

- i poteri territoriali attivi nella gestione dell’evento, Protezione Civile e Regione, che hanno esposto le proprie iniziative e le proprie difficoltà, insieme ai Sindaci che hanno dato voce alle esigenze delle comunità nella fase di emergenza e alle aspettative poste nella futura ricostruzione;

- il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo, rappresentato da Soprintendenti responsabili delle aree colpite dagli eventi sismici, che hanno esposto i propri successi ma anche le non poche difficoltà che stanno incontrando nello svolgimento di propri compiti, e anche da Soprintendenti e professionisti che hanno esposto la propria esperienza maturata nella ricostruzione successiva a terremoti precedenti: Friuli 1976, Irpinia 1981, l’Aquila 2009, Emilia 2012;

- le Università, che hanno presentato un ricco patrimonio di analisi, ricerche, sperimentazioni e proposte operative sui temi dell’adeguamento e del miglioramento antisismico e della gestione del post-terremoto, ma anche sugli strumenti amministrativi e sui percorsi giuridici necessari alla ricostruzione;

- i professionisti architetti, ingegneri e geometri, in prevalenza locali, cui spetterà la responsabilità dei progetti e della direzione dei lavori nell’opera di ricostruzione.

Da più parti è stata sottolineata la necessità di una maggiore coesione istituzionale tra i livelli diversi dei poteri pubblici coinvolti, che purtroppo ha fatto difetto.

Nella movimentata tavola rotonda, infine, sindaci, assessori e semplici cittadini delle comunità coinvolte dal sisma non hanno esitato a manifestare le proprie aspettative, le proprie critiche e le proposte in merito alla gestione del dopo-terremoto.

 

Questo l’esito dell’incontro del 3 marzo 2017 nel cui svolgimento però, e particolarmente nella tavola rotonda, sono emerse altre istanze accennate ma non sviluppate che nei mesi successivi hanno stimolato una riflessione da parte dei promotori della giornata.

Se nell’incontro sono stati ampiamente trattati e argomentati gli aspetti tecnici della ricostruzione urbanistica ed edilizia, sono invece rimaste ai margini riflessioni circa lo scenario della ricostruzione, con particolare riguardo alla fragilità economica e sociale della vasta area che deve porre in campo l’energia e le risorse per ripartire. Al centro è il contesto umano: donne e uomini, individui e comunità, paure e aspettative: tema cruciale, ove si consideri l’estesissima dimensione dell’area colpita dal terremoto e la natura degli insediamenti che contano un gran numero di piccoli comuni, i cui territori sono disseminati da una dispersione di frazioni e case sparse.

In tanti insediamenti del “cratere” si aggira infatti lo spettro di Gibellina, il centro storico siciliano abbandonato dopo il sisma del 1968 e ricostruito a distanza in forme moderne. Se per le città principali e per molti dei borghi d’arte la rinascita può dirsi scontata, gran parte del patrimonio storico periferico rischia l’abbandono da parte delle comunità insediate a favore di nuove collocazioni territoriali.

A questo proposito occorre interrogarsi se il prossimo futuro riservi per il “cratere” un paesaggio di ruderi di casali e frazioni comunali abbandonate a sé stesse e al degrado. Inevitabilmente, una parte cospicua del patrimonio danneggiato subirà questa sorte, poiché la prospettiva di una ricostruzione generalizzata non è sensata, considerato che risultano 240.000 edifici colpiti sparsi in 131 comuni, molti dei quali già da tempo affetti dalla tendenza allo spopolamento.

 

In definitiva, la rinascita di una parte tanto fragile quanto importante del nostro paese sembra indicare la necessità che le conseguenze del sisma siano affrontate con una visione globale capace di interferire negli aspetti settoriali. Il terremoto va preso in carico nell’interezza dei suoi risvolti tecnici, umani, economici e sociali, che potremmo identificare con le istanze della sicurezza, della identità, della sostenibilità, e della partecipazione: quattro parole chiave che dovranno indirizzare la ricostruzione dei centri urbani e dei piccoli nuclei dell’Appennino Centrale distrutti o danneggiati dagli eventi sismici dell’autunno 2016.

 

- La sicurezza è, al momento la rivendicazione dominante da conseguire: gli abitanti colpiti vogliono abitare nello stesso luogo in edifici evoluti sotto il profilo della stabilità, possibilmente senza trasformazioni radicali del carattere dell’insediamento.

E questo è possibile, salvo il verdetto di risultati che potrebbero emergere dagli esami della microzonazione sismica, che valuterà la collocazione dei centri colpiti in rapporto al rischio sismico locale. A questo proposito, lo slogan emotivo che recita come era dove era! va incoraggiato. A differenza di quanto ritiene qualche dottor sottile che vorrebbe bandirla, questa parola d’ordine va invece difesa con convinzione, perché non rileva ai modi del restauro, ma semplicemente esprime lo stato d’animo positivo di chi vuole ripartire dall’istante precedente al terremoto per riconfigurare il proprio ambiente, come ci ha mostrato, dopo il 1976 la reazione dei terremotati friulani.

Occorre riflettere che oggi, alla luce dei disastri provocati da questi terremoti e della conseguente insicurezza generata negli abitanti come nel mondo scientifico, è forse necessario un franco ripensamento su certe convinzioni ideologiche che molti di noi hanno sostenuto e applicato talvolta affidandosi in modo fideistico a soluzioni poco invasive e di facile esecuzione, ma di efficacia non verificabile.

Ha osservato giustamente Sergio Lagomarsino che la sicurezza non è un’opinione. La risposta positiva alla domanda se le tecniche costruttive tradizionali siano efficaci alla luce dei recenti eventi sismici - sono le sue parole al convegno - “potrà essere ottenuta solo adottando un approccio scientifico, che ponga la conoscenza e la lettura della fabbrica al centro ma che si avvalga anche di analisi strutturali affidabili e risultati quantitativi ripetibili, ovvero oggettivi”.

Con lodevole franchezza, Carlo Baggio e Silvia Santini si sono domandati al convegno quanto sia lecito attendersi dalle opere di miglioramento in termini di reale conseguimento di maggiore sicurezza del patrimonio storico. E, dopo aver esaminato gli effetti dei recenti terremoti su edifici che erano stati oggetto di precedenti opere di prevenzione sismica, hanno come in ogni tipo di intervento sussista alla fine un residuo fisso di incertezza dell’affidabilità che non può essere eliminato.

Per gli edifici danneggiati ma recuperabili sono sempre validi gli sperimentati protocolli del miglioramento antisismico che operano in sintonia con l’arte di costruire premoderna, che offre un’ampia casistica di efficaci provvidenze antisismiche. Non è impossibile, in questo modo, conseguire anche livelli di adeguamento, se in presenza di una buona compagine muraria.

Ma non sempre le tecniche costruttive tradizionali risultano sufficienti ad assicurare adeguate condizioni di sicurezza. Si consideri, tra l’altro, che nel caso di edifici non recuperabili e quindi da ricostruire, le norme prescrivono sia conseguito il livello di adeguamento proprio delle nuove costruzioni. Sarà quindi necessario, in molti casi, ricorrere a protocolli d’intervento che includano materiali e dispositivi contemporanei: una prospettiva difficilmente eludibile per gli edifici intrinsecamente fragili, la cui struttura muraria risulti carente della qualità di coesione che ne consenta la conservazione. E questo senza demonizzare alcun tipo di tecnica o materiale sapendo che non è alle cose che possono imputarsi i disastri, bensì alla cattiva esecuzione, al mancato delle regole dell’arte di costruire e alle mancate manutenzioni.

In ogni caso, servirà una diagnostica molto avanzata dei livelli di danneggiamento e un approfondito esame degli edifici capace di mettere in evidenza le debolezze intrinseche dovute ai materiali e alle tecniche costruttive utilizzate, ma anche alle trasformazioni storiche e recenti che possano influire sul comportamento statico originario, quali appesantimenti, soluzioni della continuità muraria, chiusure e aperture di vani di porte e finestre, riorganizzazioni funzionali. Una particolare attenzione andrà dedicata all’esame delle reciproche interazioni tra edifici confinanti che può dare effetti positivi ma anche negativi nel caso di organismi con concezioni strutturali eterogenee, come hanno dimostrato molti studi sul comportamento sismico degli aggregati.

 

- L’identità è una delle parole più abusate e ripetute come un mantra, che riguarda la conservazione del carattere distintivo dell’insediamento, ponendo al centro il patrimonio architettonico storico di monumenti ed edilizia ordinaria, l’ambiente, la composizione delle comunità insediate con il loro sentire, spesso diverso da gruppo a gruppo, il senso dei luoghi percepito attraverso la memoria storica.

Se l’obiettivo è quello della conservazione del significato dei luoghi, è evidente che non potranno essere ammessi interventi di radicale modificazione dell’assetto viario e fondiario preesistente in quanto documento permanente, riconoscibile, e prezioso, per essere la testimonianza autentica della prima strutturazione antropica.

Non ne risulterà una copia del costruito precedente, impossibile da replicare e neanche utile a volte, bensì un tessuto analogo, in grado di dialogare senza incomprensioni con l’intorno.

Spesso, a torto o a ragione, si addebita il danneggiamento degli abitati alle loro condizioni precedenti al sisma prodotte da una prolungata stratificazione storica. Vicoli, spazi pubblici e privati intasati, sopraelevazioni eccessive, sostituzioni inadeguate sotto il profilo edilizio ed urbanistico hanno ridotto la vivibilità dei centri storici colpiti limitando le vie di accesso e di esodo, le fonti di aero-illuminazione, qualità e quantità degli spazi aperti.

Potrebbe pertanto risultare necessario operare un “diradamento” col sopprimere, sia in pianta che in alzato, parti di tessuto o singoli edifici che con la loro presenza risultino nocivi per la struttura urbana nel suo complesso.

 

- La sostenibilità è la scelta di modalità di restauro e di ricostruzione che riescano a conciliare conservazione e sicurezza ad un costo ragionevole, specialmente per le piccole abitazioni del tessuto connettivo possedute dai singoli privati.

Ma la sostenibilità riguarda anche il mantenimento delle attività economiche che hanno dato motivo all’insediamento e lo sviluppo di nuove iniziative, spingendo alla riattivazione di un’economia solida e duratura, capace di coinvolgere energie giovani e nuovi investimenti, valorizzando le risorse del territorio orientate al turismo e alle produzioni primarie tradizionali.

Quanto sarà consistente la parte che potrà risorgere dipenderà, oltre che dalle sovvenzioni pubbliche per il risanamento delle infrastrutture e dai contributi assegnati ai singoli, dalla determinazione e dalla tenacia con cui le comunità saranno capaci di combattere per la ricostruzione dei propri centri abitati e per la conservazione dei propri caratteri identitari.

Riutilizzare il patrimonio dismesso con nuove funzioni, riattivare il ciclo vitale dei piccoli centri storici periferici assume oggi un ruolo centrale non solo per il patrimonio architettonico e culturale ma anche per la sostenibilità ambientale, oggi una vera emergenza nazionale. E’ quanto a suo tempo si era proposta la “Strategia Nazionale per le Aree Interne” intesa, con il Piano Nazionale di Riforma (PNR) a contrastare la caduta demografica e rilanciare lo sviluppo di aree che rappresentano una parte ampia del Paese - circa tre quinti del territorio e poco meno di un quarto della popolazione - distante da grandi centri di agglomerazione e di servizio ma tuttavia dotata di risorse che mancano alle aree centrali e con forte potenziale di attrazione.

A seguito di un processo partecipativo si potrà valutare la ripopolazione di borghi in declino ma già dotati di livelli di urbanizzazione suscettivi di un miglioramento relativamente economico.

 

- La partecipazione consiste nella realizzazione delle tre istanze dei punti precedenti attraverso la condivisione con i cittadini delle modalità d’impiego dei fondi pubblici governativi e delle procedure d’intervento indicate dai rispettivi Consigli Comunali.

Francesco Doglioni, protagonista della ricostruzione del centro storico di Venzone e, particolarmente, del rimontaggio come era dove era del Duomo medievale in pietra concia gravemente danneggiato dal terremoto del Friuli del 1976 ci ha ricordato il ruolo svolto dalla comunità locale nell’orientare i modi della ricostruzione verso la massima conservazione possibile del carattere storico degli edifici danneggiati, spingendo il Comune a rivedere i progetti predisposti in precedenza.

Nel nostro “cratere”, gli eventi sismici hanno spinto la formazione di numerosi comitati civici spesso in reciproco collegamento, desiderosi di collaborare attivamente con le istituzioni pubbliche, locali e nazionali. La loro prima preoccupazione ha investito il tema delle esigenze abitative e occupazionali. Nel contempo però l’attenzione si è presto rivolta a preservare il patrimonio culturale di cui le comunità sono detentrici, alla selezione delle macerie per non disperdere definitivamente quanto rimane delle vecchie case seppur decontestualizzato con i crolli, alle prospettive della ricostruzione.

La partecipazione dei futuri abitanti al processo decisionale è fondamentale per affrontare un grumo di problemi che spesso appaiono inconciliabili tra loro e per avviare una ricostruzione orientata a riannodare il filo della continuità con il passato.

La partecipazione è fondamentale ma è anche un terreno accidentato da messaggi contraddittori: se in quasi tutti è viva l’aspirazione a rivedere tornare le case, i monumenti e gli spazi pubblici allo stato precedente l’evento sismico con la massima sicurezza possibile, si percepisce anche l’incertezza circa i modi della ricostruzione degli edifici e degli spazi, alimentata talvolta da improvvisati “esperti” che predicano una sicurezza assoluta che nei fatti non può esistere.

 

 

Il contributo delle università: il caso di Retrosi.

 

Subito dopo gli eventi sismici dell’autunno 2016 molti laureandi del Dipartimento di Architettura dell’Università Roma Tre hanno scelto di svolgere la loro tesi di laurea sui alcuni dei centri colpiti, vuoi perché originari di quei luoghi, vuoi perché interessati a partecipare al dibattito sulla ricostruzione offrendo il proprio contributo all’individuazione di criteri il più possibile corretti.

In questo contesto, anche il Laboratorio di Progettazione del Master in Restauro e cultura del patrimonio ha avviato un’attività di rilievo del piccolo borgo reatino di Retrosi, grazie ad un accordo di collaborazione con l’associazione “Pro Retrosi” affiliata al Comitato Civico 3e36, che dovrebbe portare, nelle intenzioni dei promotori, ad un progetto di ricostruzione del nucleo storico compatibile con i suoi caratteri identitari.

Retrosi, nel Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, è una frazione del Comune di Amatrice a 1.001 metri sul livello del mare. L’aggregato urbano, di ignota origine, conta edifici databili al XVI e XVII secolo che si sono gradualmente modificati con sostituzioni e crescite favorite da una fiorente attività pastorizia i cui proventi sono serviti a conferire nella seconda metà del XIX secolo un’insolita facies cittadina caratterizzata da edifici intonacati e tinteggiati, da semplici ma decorose cornici in pietra a riquadrare porte e finestre, balconi in pietra e sporti di tetti con pianelle decorate con motivi geometrici dicromi. Agli inizi del Novecento è iniziato un declino dovuto allo spopolamento, parzialmente contrastato, nel secondo dopoguerra, dal riuso di non pochi edifici come case secondarie, perlopiù per iniziativa dei discendenti di abitanti emigrati nei decenni precedenti. Al momento degli eventi sismici il paese appariva ben conservato, seppur le finiture di alcuni edifici si fossero adattate ad un gusto corrente poco rispettoso dei caratteri tradizionali.

L’aggregato contava 144 edifici dei quali solo 97 utilizzati prima del terremoto. Vi risiedevano 20 famiglie e 31 componenti complessivi ma nei fine settimana e nella buona stagione il paese si rianimava per la presenza delle seconde case e degli ospiti di un vivace albergo diffuso il cui proprietario aveva recuperato nel tempo diverse unità immobiliari abbandonate.

Col terremoto del 24 agosto il borgo aveva subito pochi danni e i presenti al momento erano potuti uscire agevolmente dalle abitazioni. Le scosse di fine ottobre, più vicine all’epicentro e agenti su di un costruito già debilitato, hanno provocato uno stato di dissesto degli edifici talmente grave da potersi prevedere un recupero al prezzo di estese demolizioni e ricostruzioni.

La comunità, già in precedenza molto unita e attaccata alle proprie radici, ha mostrato fin da subito il fermo desiderio di ricostruire il paese affidando all’architetto Guglielmo Zaroli, originario del luogo, la redazione di un Piano di Ricostruzione di iniziativa popolare ed accogliendo con entusiasmo l’offerta di una collaborazione tecnico-scientifica dell’Università Roma Tre.

Le condizioni del costruito di Retrosi sono oggi critiche. Da un primo esame dello stato di fatto si può ritenere che buona parte delle costruzioni non potranno essere riparate. Fortunatamente gran parte degli edifici è rimasta in piedi, seppur fortemente lesionata. È stato quindi possibile eseguire un rilievo dettagliato dell’aggregato e dei singoli edifici, utile a redigere un programma di azioni propedeutiche alla futura ricostruzione, di seguito esposte.

1. Rilievo tridimensionale dell’aggregato con tecniche evolute utile a restituirne la consistenza attuale e quella antecedente al sisma.

2. Censimento di tutti gli elementi architettonici e di finitura: materiali lapidei dei paramenti murari, portali, cornici di porte e finestre, balconi in pietra, materiali di copertura, sporti e cornicioni, ringhiere metalliche e infissi in legno: elementi da smontare con cura e accantonare in depositi protetti, per essere poi rimontati nelle posizioni originarie e reintegrarsi nelle nuove costruzioni.

3. Rilievo accurato dei danni e mappatura dettagliata del quadro fessurativo, anche con l’ausilio di prove meccaniche, per accertare la reale consistenza dei dissesti.

4. Redazione di un progetto di smontaggio degli edifici da demolire finalizzato ad evitare la distruzione dei reperti, a mettere in evidenza palinsesti antichi occultati dai rifacimenti recenti ed a accantonare tutti i materiali recuperabili.

5. Redazione di progetti pilota adattati ai diversi profili di danno per verificare la fattibilità tecnica ed economica della ricostruzione, in vari gradi: dal consolidamento degli edifici recuperabili alla ricomposizione per anastilosi di quelli meritevoli di un ripristino filologico, alla ricostruzione con tecniche tradizionali rispettose delle regole dell’arte, anche con l’uso di materiali provenienti dallo smontaggio.

In linea di principio, le ricostruzioni proposte hanno mantenuto l’impronta a terra, dopo aver verificato l’integrità e la capacità portante delle strutture di fondazione. Per gli orizzontamenti di tipo tradizionale (solai, tetti) già ampiamente utilizzati nei rifacimenti recenti, non sembra sussistere la necessità della sostituzione con strutture rigide, ma un accorto inserimento di elementi metallici di trattenimento da inserire in massetti e murature. Una particolare cura dovrà invece essere rivolta a valutare la consistenza delle murature in elevazione e delle volte di cui si dovrebbero sperimentare, sul modello di quanto già avvenuto in passato, ricostruzioni parziali o totali in sostituzione di quelle preesistenti.

Al livello del progetto urbano sarà necessario operare alcune demolizioni senza ricostruzione, trasferendo i volumi preesistenti non in aperta campagna ma ai margini dell’edificato e in continuità con esso. Si rendono infine opportuni piccoli diradamenti per migliorare l’accessibilità e le vie di esodo, come già peraltro proposto dal Piano di Ricostruzione di Retrosi.

Francesco Giovanetti, Michele Zampilli

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